Un anno è fatto di dodici mesi,
alcuni più brevi ed altri più lunghi.
Se a memoria li vuoi recitare
la filastrocca devi studiare.
” Trenta giorni ha novembre,
con april, giugno e settembre,
di ventotto ce n’è uno,
tutti gli altri ne han trentuno”.
Ogni quattro l’anno è bisesto,
per qualcuno è il più funesto:
così febbraio ha un giorno in più
per fare quello che vuoi tu!
Filastrocca di Capodanno
fammi gli auguri per tutto l’anno:
voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile,
voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco,
che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.
Se voglio troppo non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente.
(Gianni Rodari)
Nella notte fredda e bianca
la Madonna è tanto stanca.
Gli angioletti più piccini
son venuti a lei vicini.
Uno spolvera le stelle
ed accende le più belle,
manda in cielo la cometa
con un lungo fil di seta.
Uno va sul campanile,
uno corre nell’ovile,
per suonare le campanelle,
per destare le pecorelle.
Ora in groppa all’agnellino,
trotta trotta il più piccino,
chiama il bue e l’asinello
per scaldar il Bambinello.
Uno dice al pastorello:
- Presto, accendi il focherello!
Troppo freddo, troppo gelo,
per Gesù che vien dal cielo.
Con le piume delle ali,
uno ha fatto due guanciali
e li pone nella culla
per Gesù che non ha nulla.
Per Gesù che è poverino,
per Gesù che è piccolino;
ma che porta tanto amore
tanta pace nel suo cuore.
Filastrocca del Natale
quante cose posso comprare!
Ho già visto nelle vetrine
fili d’argento, nastri, stelline.
i pandoro e i panettoni
fanno la gioia dei golosoni.

Il presepe e l’alberello
rendono tutto ancora più bello.
Ma il Natale non è questo in fondo,
è vera pace in tutto il mondo:
volersi bene, darsi la mano,
sentirsi uniti, andare lontano.
da “il diario dei diritti dei bambini! Emi
Un bambino escluso dalla squadra e l’ impegno del vescovo a far giocare tutti. La fortuna di essere una schiappa
La storia: Il presule di Livorno e la felicità dei giocatori falliti. «Il calcio un diritto di tutti» Il vescovo arruola schiappe. Bimbo sovrappeso in panchina, interviene la Curia
di Mauro Covacich
Un padre, vedendo il figlio dodicenne rientrare dall’ allenamento ancora una volta in lacrime per la mancata convocazione alla partita della domenica, si decide a chiedere spiegazioni all’ allenatore, il quale senza giri di parole risponde che il ragazzo non può far parte dell’ organico perché è in sovrappeso. Accade a Livorno, ma potrebbe accadere in una qualsiasi città di questo Paese malato. Il fatto viene segnalato al Tirreno da una lettera del genitore che, omettendo per ovvi motivi il nome della squadra, si interroga sulle finalità educative di un simile ambiente sportivo. In coda al dibattito interviene anche il vescovo Simone Giusti con una provocazione che è impossibile non raccogliere. «Mi sto adoperando – afferma – per rilanciare gli oratori in città . Penso soprattutto a quei ragazzi che rischiano di restare tagliati fuori dallo sport perché non hanno le capacità o anche solo l’ interesse di dedicarsi a praticarlo in modo agonistico. Sogno una squadra di schiappe». Può il nostro sport, la nostra società , accettare una squadra di schiappe? Il calcio è un bellissimo gioco che ha perso da tempo la sua poesia diventando il luogo in cui meglio si esprime lo spirito di un’ umanità che ha smesso di giocare. Nell’ ottica sempre più pressante di un mondo che esige alte prestazioni, anche una piccola scuola-calcio assume la postura produttivista di fabbrica di calciatori, dimenticando i principali valori su cui è nata: il divertimento, l’ aggregazione, la pratica di un’ attività che è al contempo valvola di sfogo e scuola di vita, e poi, di nuovo, il divertimento. Perché scalmanarsi dietro a un pallone è un diritto di tutti i ragazzi, anche di quelli che non continueranno in prima squadra e non diventeranno goleador di serie A e nemmeno mediocri terzini semiprofessionisti, ma semplicemente smetteranno tra un paio d’ anni e si dedicheranno agli impegni – dovrei dire sfide? – che già li aspettano fuori dal rettangolo verde. Ovviamente si gioca per vincere, ed è giusto che lo sport mantenga la sua fisionomia competitiva, ma ciò che più salta agli occhi in questa vicenda non è il risvolto agonistico, bensì quello relativo agli standard fisici (un preadolescente con tre chili di troppo) e alla filosofia professionalizzante che li sottende. Un malinteso concetto di serietà – qui non si scherza, qui si fa sul serio – induce ragazzini di dodici anni a pensare alla scuola-calcio come al primo livello di selezione in vista di una carriera. L’ immaginario nobile del gesto sportivo viene ribassato sulla prospettiva più consona al pragmatismo odierno, quella di ottenere un impiego prestigioso e ben remunerato. Il calciatore come il cantante di X Factor, come la velina: il modo più concreto di una gioventù senza troppi grilli per la testa per entrare gratis nei locali e comprarsi un appartamento a Formentera. Giocando nel cortile di casa sognavamo di essere i nostri eroi. Io ero Johan Neeskens, il magico regista dei tulipani. Sapevo di non esserlo, ma ciò non m’ impediva di urlarlo a pieni polmoni mentre accennavo goffi dribbling tra gli avversari, né m’ impediva di tornare a fare i compiti a fine partita, la maglietta di sotto appiccicata alla schiena, la mente lucida come i sassi di un torrente. Non ci credevamo davvero: sognavamo in grande, tutto qui. Sognare, come giocare a calcio, non era un sistema laborioso per organizzarci il futuro, era divertirsi, il modo più sano di dissipare il tempo. Ora, in un mondo dove ogni gesto è finalizzato e le energie mentali di chi lo compie sono quasi tutte assorbite dai calcoli per stabilire l’ entità del tornaconto, anche gli allenatori delle scuole-calcio hanno smesso di giocare. Ora formano piccoli cazzuti ragionieri del pallone: stai coi piedi per terra, lotta a testa bassa e il tuo tesserino aumenterà di valore. Spesso anche i genitori sono in linea con questa filosofia: «Rompilo!» è stato l’ incitamento che mi è capitato di sentire a una partitella rionale. I ragazzini meno fortunati ci credono, hanno smesso di sognare e ci credono davvero. Rincorrono l’ avversario e cercano di romperlo, anche se i loro tesserini, salvo rarissime eccezioni, diventeranno presto carta straccia negli archivi delle società sportive. I ragazzini più fortunati invece smetteranno di crederci in tempo. Grazie ai loro corpi meno adatti cresceranno meglio e torneranno a divertirsi.
dal Corrieredellasera.it
C’era un uovo nel cestino
Or c’è invece un bel pulcino.
C’era un seme tenerello
Or c’è invece un alberello.
C’era un nuvolone nel cielo,
or c’è il sole senza velo.
C’era un piccolo orsacchiotto,
or c’è un bimbo che l’ha rotto.
C’era un bimbo: che folletto,
or c’è invece un bell’ometto.
C’era…c’era una bambina
Or c’è invece una donnina.








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